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Mauro Aurigi

Mauro Aurigi è nato molto tempo fa, troppo tempo fa dice sconsolato, nel 1939, nella Contrada Capitana dell’Onda (cosa che però lo riconsola non poco), a cento metri da Piazza del Campo, da famiglia operaia di origini borghesi, ma buttata sul lastrico da un bisnonno prete che a metà ottocento appese al chiodo la tonaca e, ancorché diseredato e cacciato di casa, sconsideratamente mise su anche famiglia (nonostante tutto, una settantina tra figli, nipoti, bisnipoti e trisnipoti gliene sono stati eternamente grati). Il coraggio allucinato e impudente di quest’uomo – s’era nella profonda provincia di una Toscana ancora pigramente granducale – ne segna geneticamente la progenie, dove gli spiriti bizzarri, insofferenti dei vincoli, anticonformisti e comunque esagerati, si sprecano. Il Nostro, conquistatosi un prestigioso diploma di ragioniere, a 18 anni esce dalla classe operaia e entra nel Monte dei Paschi, banca fondata cinquecento anni prima contro l’usura dalla gloriosa Repubblica senese, intraprendendo così la carriera che da quasi un millennio caratterizza una parte consistente della forza lavoro cittadina. E come i “banchieri” senesi di una volta, gran parte di quella esperienza la fa “fuori”, tra l’altro 15 anni a Bari (come il Boccaccio, ama dire modestamente, che ne fece altrettanti a Napoli da impiegato del fiorentino Banco de’ Bardi). Nel 1990 rientra a Siena, ma nel 1999, dopo 42 anni di servizio e appena sessantenne, abbandona la banca non sopportando che l’allegra brigata Amato-Ciampi-Dini-D’Alema, approfittando di un attimo di riprovevole disattenzione dei Senesi, abbia scippato loro il Monte vendendolo ai privati e condannandolo a veloce decadenza (evidentemente la premiata ditta Berlusconi, Moratti & Urbani SpA, così tanto e giustamente vituperata per la privatizzazione della scuola e del patrimonio immobiliare e artistico dello Stato, non aveva inventato un bel niente). Comunque già nel 1984, alla morte di Enrico Berlinguer, era uscito dal Partito (vi era entrato nel 1968 quando Enrico fece lo strappo con l’URSS) per gli stessi motivi per cui Nanni Moretti, vent’anni dopo, ha cominciato a girare in tondo: da allora non ha più votato. Però, raccogliendo il premuroso invito degli ex compagni di darsi all’ippica, dedica dieci anni all’allevamento e al salvataggio dell’ultima razza italiana di cavalli rimasta in purezza, forse la più bella del mondo, ma ridotta dalla patria cialtroneria a due passi dall’estinzione: ne ricostruisce la storia che, passando per il Brigantaggio meridionale nella Murgia, arriva fino a Federico II (quello di Svevia, che nel 1200 dal meridione d’Italia resse le sorti del Sacro Romano Impero e del partito ghibellino e intrattenne, ohibò!, cordialissimi rapporti con l’antica e gloriosa Repubblica senese). Salvato il cavallo per la criniera, trova un’altra occasione per dilapidare il già magro patrimonio familiare: lo studio dell’antico cane della transumanza appenninica, impropriamente detto abruzzese o, peggio ancora, maremmano, anch’esso lasciato, per i motivi di cui sopra, nella palude stigia dell’oblio (detto per inciso: ne scova perfino due esemplari raffigurati nel Trecento da Ambrogio Lorenzetti negli Effetti del Buon Governo in Palazzo Comunale).Nel frattempo però scopre che la storia studiata a scuola non è quella vera e si sente una volta di più frodato dalla solita cialtroneria. Il liberticida Cesare, uno dei massimi macellai della storia, è stato eretto a simbolo di ogni virtù umana (cesareo, Kaiser, Zar), esattamente come gli altri grandi sanguinari Alessandro, Carlo Magno, Carlo V e Napoleone. Il generoso e sfortunato repubblicano Bruto diventa invece la summa di ogni nequizia: bruto, brutale, abbrutito, abbrutimento, brutalità, brutalizzare (onore alla Repubblica di Siena che sola, nel 1400, lo volle raffigurato in Palazzo Comunale come campione delle virtù repubblicane, mentre il fiorentino Dante lo aveva schiaffato negli abissi infernali per regicidio). Anche i patrioti del sud che si ribellarono all’invasione piemontese diventarono per la retorica savoiarda i “briganti meridionali”, esattamente come i partigiani erano i “banditi” per i nazisti-fascisti e i resistenti iracheni e afgani sono “terroristi” per i “pacifici” stranieri che, armati fino ai denti, occupano il loro paese. E il “re galantuomo” Vittorio Emanuele II, tra il plauso generale, fece al Meridione d’Italia quello che Saddam, invece biasimatissimo, ha fatto al Kuwait (ma il savoiardo aveva dalla sua gli anglo-sassoni, l’iracheno no, lui ce li aveva contro). Intanto i Medici sono tuttora sugli altari (anche a Siena!), mentre invece furono una famiglia di tiranni che soffocò nel sangue la libertà di Firenze e di tutta la Toscana compresa, purtroppo, Siena: oggi non si dovrebbe avere difficoltà a chiamarli fascisti o mafiosi. Di contro la civiltà dei liberi comuni medievali è ancora dipinta negativamente in Italia (troppa libertà, che diamine!), mentre per la migliore cultura anglo-sassone è considerata addirittura la culla dell’Europa moderna e di tutta la civiltà occidentale. Poi alla fine Aurigi si sente dire, sempre con la stessa cialtroneria, che lo scippo a Siena del Monte dei Paschi e la sua svendita proditoria a squali della finanza nazionale senza neanche sentire i suoi legittimi proprietari, i Senesi, ha fatto un gran bene alla Città e al suo sviluppo morale e materiale. Infatti s’è visto com’è andata a finire. E qui, alla fine, non ci ha visto più: non avendo come il bisnonno una tonaca da appendere al chiodo, ha cominciato a dare in escandescenze (della serie: “me n’hanno date tante… ma quante glien’ho dette!...). L’ “escandescenza” più trasgressiva, da cui poi discendono tutte le altre, è il ritorno venti anni fa alla politica attiva, ma è un ritorno fuori e contro i partiti perché sostiene una definizione della politica che fu propria dell’epoca comunale: arte di gestire una società di uomini liberi sottomessi solo alle leggi che essi stessi si danno (ma si può essere più trasgressivi?). Ne deriva una concezione del governo, quella della “sovranità popolare” e del “populus sibi princeps” (il popolo principe di se stesso), tutti termini coniati all’epoca, che fu propria delle libere città-stato italiane (ma soprattutto della Repubblica di Siena) tra il 1000 e il 1500. Ciò fu la causa, nel nome della libertas, non solo del periodo di massimo splendore economico, culturale ed artistico della storia del Paese, ma del progressivo raggiungimento e del superamento da parte dell’Europa, dal 1200 in poi, delle civiltà araba, indiana e cinese che pure da secoli la sopravanzavano e non di poco. Sempre lì, ossia nel maggior potere del popolo rispetto alle oligarchie ed alle aristocrazie della politica, stanno i motivi della spaccatura che separa ancora l’Occidente dal resto del Mondo e, all’interno dell’Occidente stesso, i paesi cattolici e ortodossi da quelli protestanti ed anche, nel nostro stesso Paese, il nord dal sud. Si tratta in sintesi del governo dal basso contro il governo dall’alto, governo debole (col popolo) contro il governo forte, governo dei molti (o di tutti) contro il governo dei pochi (o di uno solo), governo decentrato contro il governo accentrato. Il modello, come si può facilmente capire, è quello della Contrada, erede veridica dell’antica Repubblica senese. Da questa maturazione del Nostro discende ovviamente la visione di un sindaco e di una giunta quali semplici esecutori della volontà popolare e quindi di un governo cittadino debole col popolo e forte col potere centrale, anzi antitetico a quelle strategie dei partiti attuali che, concentrando il potere sempre più nelle mani del sindaco e del governo regionale, nazionale ed europeo, hanno allontanato il governo dal popolo e dalle sue assemblee elettive, portando così a compimento quel processo di disegno di eliminazione delle autonomie locali che è stato sempre imputato al fascismo, ma che in realtà cominciò coi Medici e crebbe poi coi Lorena, i Savoia e Mussolini per essere poi portato a conclusione, appunto, dallo stato “repubblicano”. In questa ottica egli fonda, insieme ad altri cittadini, il movimento Quelli di Montaperti, libera Confraternita di liberi Senesi (1993) Nel 1994, nel disperato tentativo di salvare a Siena la Banca che l’antica Repubblica aveva voluto a difesa degli interessi economici dei cittadini, è tra i fondatori e gli animatori del Comitato (poi Associazione) per la difesa del Monte. Un governo di sinistra, ma in realtà accentratore, prevaricatore e autoritario e quindi di destra come pochi altri, riesce là dove aveva fallito il fascismo: la Banca è persa. Inoltre, sempre nella visione di una società in cui la volontà salga dal basso, è tra i fondatori della nuova sezione senese di Italia Nostra (2000), del Coordinamento provinciale del comitati spontanei dei cittadini (2001), e del Coordinamento delle liste civiche della provincia di Siena (2004), nonché infine dell’Associazione Libera Siena (2005). Nel 2005 infine scopre di non essere più solo: Beppe Grillo ha le sue stesse fantasiose idee. Ed è amore a prima vista. Si iscrive al suo blog e al meetup (forum) senese del quale nel 2007 diventa l’organizer. E’ attivo, soprattutto come polemista (ovviamente), sulla stampa cittadina e più raramente su quella nazionale Inoltre ha pubblicato:Dossier Monte dei Paschi di Siena (con altri autori), Edizione “Il Cittadino”, Siena 1993; - Guido Riccio: analisi di un anacronismo, Edizioni Notizie d’Arte, Siena 2001; - Il Palio (o della libertà), Centro Stampa La Copia, Siena 2004 (prima edizione). - Il Palio (o della libertà), Tipomodulistica il Torchio, Monteriggioni, Siena 2006 (seconda edizione)

ATTIVITA’ DELL’AUTORE

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