E se domani i libri li scrivesse un software?

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Il National Novel Writing Month è una tradizione annuale per tutti gli scrittori statunitensi che desiderino impegnarsi nell’impresa di scrivere, e completare, un’intera opera nell’arco di un solo mese.
Tradizione, questa, che porta con sé anche una buona dose di utilità pratica se si considera che, spesso, gli ex vincitori hanno ottenuto un riscontro concreto grazie a redditizi contratti di pubblicazione con editori più o meno famosi.
Si tratta di un modo interessante per avere un approccio continuo alla scrittura, uno sprone a concentrare i propri sforzi in modo che il quotidiano flusso creativo non abbia mai a interrompersi per cause esterne.

Proprio al National Novel Writing Month si deve la recente nascita di un movimento alternativo, ancora contenuto nelle adesioni, ma che sta progressivamente acquisendo slancio: il NaNoGenMo, “National Novel Month Generation”.
L’impegno dei fondatori, e di chi successivamente ha aderito al NaNoGenMo, è quello di dedicare l’intero mese di novembre alla scrittura di codice informatico che permetta la creazione di un’opera composta da 50.000 pagine.

In altre parole, lo scopo è di creare un programma che sostituisca un autore in tutto e per tutto.

L’organizzatore, Dario Kazemi, ha ammesso di avere avviato il progetto senza avere idea di quante persone avrebbero aderito, ma contando sul fatto che la nuova sfida avesse tutti i crismi per risultare tanto strana quanto avvincente.
I risultati sono andati oltre le aspettative. Kazemi riferisce di esser stato contattato da una quantità incredibile di persone e tutte hanno risposto al suo appello dichiarandosi assolutamente entusiaste.
Questo ha spinto il fondatore ad aprire un repository su Github per permettere a tutti i partecipanti di inviare i propri progetti. Tra questi “Twide e Twejudice” è sicuramente uno dei più interessanti.
Fondamentalmente si tratta di una revisione di “Orgoglio e pregiudizio”, ma ogni parola del dialogo viene sostituita da una parola usata in un contesto simile su Twitter.

Il risultato è assurdo ma dotato di uno strano fascino; un romanzo apparentemente normale e in “stile Austen” ma in cui i personaggi interagiscono in un linguaggio articolato e meta referente che risulta a stento comprensibile.

L’idea è molto interessante, anche se come concetto in sé non si tratta di certo di una novità assoluta. Anzi, sono già da tempo attivi “bot” programmati in modo che siano autonomi nella scrittura di rapporti di ricerca scientifica.
Il contesto scelto è dovuto probabilmente all’alta ripetitività di alcune espressioni e alla scarsa necessità di avere una prosa articolata con sfumature stilistiche.

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